Sono stata in Cina, per presentare NABA, ho visitato 6 città diverse, la più piccola di 8 milioni di abitanti, le altre circa 20.

Sono passata dall’estate alla neve attraversando licei, internazionali e non, università e scuole di lingua. Non ho fatto la turista, se non per un’ora in un mercato alla ricerca di pensieri per la prole e le amiche, ma ho vissuto la Cina con due giovani donne cinesi, dentro la loro cultura, dove la si insegna.

Un’esperienza unica, a tratti impegnativa, dolorosa, affascinante e sorprendente.

“La Cina non è vicina”, è dall’altra parte del mondo, hanno un altro modo di pensare, di muoversi, di parlare, di ascoltare e di disegnare; altri riferimenti culturali, altri libri letti e film visti, un altro modo di pagare e anche di mangiare, ma tre donne intorno a un tavolo, nell’intimità della sera, hanno la stessa necessità di capire le diversità, di trovare le affinità, e la stessa voglia di ridere!

A Dan e a Jiani invio un abbraccio 😉

 

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Capitolo 1 di Mostafa Nagham, Sayadifar Parisa, Caravelli Miriam,  Astulle Lesly

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Direzione Porta Genova, ore 9 del mattino e una gran poca voglia di affrontare un nuovo e intenso giorno. Mi sto dirigendo spossatamente verso la meta. Quest’oggi è una giornata molto insolita, oltre al freddo che mi entra nelle ossa e alla quantità di gente che occupa l’intero spazio della strada che sto attraversando, sembra quasi che tutto ciò che mi circonda mi voglia comunicare un qualcosa, un qualcosa che devo assolutamente captare, come se tutto avesse il bisogno profondo di essere ascoltato e capito.

Istintivamente, e consapevole di essere in un estremo ritardo, prendo la strada più lunga, volendo prendermi del tempo per percorrere con tutti miei sensi il tragitto che mi porterà a lavoro. Ogni cosa in questo momento è estremamente diversa, così diversa che quasi non mi accorgo di trovarmi in prossimità della Stazione. Guardando il Naviglio Grande mi scordo degli incasinatissimi impegni che dovrò affrontare e improvvisamente noto un qualcosa che fino ad adesso non avevo notato: la pavimentazione urbana si è trasformata e man mano che mi avvicino alla caotica zona milanese tutto diventa una piacevole e inaspettata sorpresa. E’ tutto così gradevolmente confortante. Posso percepire i battiti del cuore pulsante della città ed è come se vagassi per le sue arterie che vogliono risucchiarmi all’interno della vita stessa di Milano. Sono arrivata a Porta Genova e i battiti aumentano all’impazzata e con un ritmo sempre più forte e chiaro: perché si, adesso mi rendo conto di far parte di un luogo pieno di stupore. Ho pensato – “Finalmente l’hanno fatta rinascere”- mentre il cielo e il terreno comunicano di essere una cosa sola.

Scelgo di farmi indirizzare dai battiti e nell’immediato mi accorgo della crescita spontanea di nuove forme che sorgono dal suolo sottostante e cerco di seguire le tracce di color bronzo che desiderano guidarmi, chiedendomi incuriosita dove tutto ciò mi porterà. Ancora una volta comprendo di essermi chiusa nei miei pensieri, mentre le mie gambe e il mio corpo non smettono di dirigersi e di seguire la pavimentazione.

Paola Modolo, Mirtiana Psarras e Chiara Schenatti e il potere delle percezioni, naturali… 😉

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Giuseppe è un settantenne in pensione. In gioventù aveva sempre vissuto in campagna, fuori Milano. Per una vita aveva lavorato nei campi, che aveva ereditato dal padre. Lì una volta cresciuto, si era sposato con Maria.

Ah, ancora si ricorda le sensazioni del viaggio di nozze con la donna che aveva tanto amato, mentre passeggiavano sul Lungomare di Capri. Avevano avuto due bellissimi figli, un maschio e una femmina che, ormai grandi, avevano deciso di trasferirsi in città per lavoro. Erano passati ormai otto anni da quando Maria l’aveva lasciato, e lui aveva continuato a prendersi cura della loro casa e del loro orto. Ogni mattina la giornata iniziava lavorando la terra, e finiva con una passeggiata per i boschi. Dopo tutto questo tempo solo però, i figli lo convinsero a trasferirsi con loro in città.Adesso Giuseppe abita in un appartamento al secondo piano di uno stabile di fronte alla stazione di Porta Genova, scende tutti i giorni per fare delle commissioni e per scambiare due parole con la gente che incontra. Si sente uno straniero, tutto questo fischiare dei freni di tram, treni, lo rende sordo. I rumori delle gomme sull’asfalto, persone che corrono, attraversano di fretta. C’è una cosa però, che fa sentire Giuseppe ancora a casa, dove riesce ancora per pochi minuti a sentirsi libero, lontano dal caos. È la passerella che attraversa i vecchi binari. La percorre giornalmente per andare a comprare il pane, non a caso scartando qualsiasi panificio che non comporti il suo attraversamento. Lì è stato realizzato un progetto, che durerà finché non realizzeranno il nuovo scalo della stazione, così almeno gli hanno detto i figli. Attraversandola riesce a sentire il fruscio delle foglie, l’acqua del ruscello che si trovava dietro casa sua, il pietrisco che si trovava sul viale, la brezza di quel viaggio con Maria. È come se potesse compiere un viaggio attraverso diverse stagioni, diversi climi, diversi paesaggi del mondo. Ogni tanto Giuseppe si ferma proprio dentro quel passaggio e osserva le altre persone attraversarlo con più fretta, che però fanno un respiro profondo, come per ricaricarsi prima di immergersi nuovamente nel traffico caotico e frenetico della città.

😉

 

Margherita Bergamo e Lisa Beatrice Elli ci raccontano la storia di un binario…

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Mi chiamo Mario

e per decenni il mio ruolo era quello di binario,

mille mila treni mi hanno attraversato,

centinaia di persone con me hanno parlato.

Poi le cose sono un po’ cambiate

e nuove decisioni sono state affrontate.

Molti anni da solo ho dovuto passare,

e inutile mi hanno fatto sentire.

Oggi, una casa, finalmente mi hanno dato,

le persone vicino a me un ruolo mi hanno assegnato.

Grandi archi mi proteggono,

i fili d’erba mi accarezzano.

D’arte mi sono appassionato,

nuovi eventi intorno a me hanno organizzato.

 

Un pomeriggio visitando Fondazione Prada, nei pressi di Porta Romana, ho osservato qualcosa di nuovo collocato all’interno dello scalo ferroviario adiacente.

Uscita decisi di avviarmi per capire cosa stesse succedendo.

Entrando subito rimasi colpita osservando una costruzione d’impatto volumetrico decisamente mozzafiato rispetto il contesto.

Grandi archi di forma geometrica si ripetevano in sequenza uno dopo l’altro creavano un grande portone di accesso a questo serpentone che semi-copriva una porzione di binari disattiva.

Mi avvicinai e sotto di questa mi sentivo davvero piccola; la struttura composta da questi vari elementi, mi colpì per la diversità di materiali utilizzati, in particolare uno catturò la mia attenzione: una sorta di grigliato occupato da elementi vegetali che andavano a finire fino al suolo e da li partiva una distesa di tappeto erboso che creava dei piacevoli passaggi tra un binario e l’altro.

Mentre i bambini correvano e giocavano, ed alcuni animali (soprattutto volatili) cominciavano ad animare quel posto, notai diverse persone far scorrere vari elementi sui binari disattivi: padiglioni con esposte opere di artisti emergenti, panchine che permettevano il rilascio di energia per caricare i propri dispostivi tecnologici e particolari installazioni interattive con i visitatori.

Avevo capito che quel posto, una volta pauroso e cupo era tornato a brillare, la posizione dentro ma allo stesso tempo “fuori” la città permette di mantenere una certa identità di luogo rilassante, ma le nuove identità proposte lo fanno diventare casa per alcuni, oltre che dare respiro e novità agli abituali visitatori dello scalo.

Leggiamo Lettera a una amica di Gattuso Francesca, Giuntini Livia, Peraino Monica

😉

Cara amica mia,

ho deciso di scriverti questa lettera per ricordare i vecchi tempi in cui trascorrevo le mie giornate a Milano. TI ricordi il vecchio tram, il ticchettio dei tacchi di Laura, l’aria pesante ma che in qualche modo abbiamo tanto amato? Ti ricordi i mille pensieri, le mie incertezze, che mi accompagnavano tutte le mattine, quando restavo fermo davanti ai binari e riflettevo. Quanti attimi guardando l’orologio, aspettando il treno sempre in ritardo. Cercavo di capire il perché tu riuscissi ad essere così silenziosa nella notte buia e così accogliente nei giorni frenetici.

E poi, il lavoro, tutta la giornata in ufficio e alla fine il buio, la sera fresca.

Mi hai trovato sempre lì, stante e pensoso davanti al vecchio magazzino. Quel tempo in cui, stanco della giornata tuttavia euforico per quello che sarebbe potuto accadere in seguito, e quel tempo in cui fotografai l’immagine di te ferma e silenziosa, lo porto nella mia memoria, oggi come allora. Non smetto mai di rammentarmi la luce che scalfiva le rotaie, il profumo di caffè caldo e di ferro dell’industria dietro a questo posto magico e i colori degli abiti dei passanti in contrasto con il colore scuro dello sfondo. Ricordi di un passato lontano ma impressi nella mia mente; sei cambiata molto. Oggi è la prima volta che ti rivedo dopo anni e mi rattristisce il fatto che nessuno si sia preso cura di te. Così bella e immobile, perfetta nella tua austerità. Vorrei che ti spogliassi di questa triste impressione che hai e che ti avvolge; desidererei che tornassi a splendere come un tempo. Non voglio che i miei nipoti abbiamo questa immagine di te, vorrei che ti vedessero sempre al meglio, come se il tempo non ti avesse toccata e le mani sporche e non curanti delle persone non ti avessero fatto così male. Ti vorrei rivivere mia cara amica, rivivere con te il mio passato di uomo sicuro ma al contempo perso nei meandri di questa difficile vita, uomo dedito al lavoro e ambizioso, uomo affascinato dalla tua poetica silenziosa.

cara amica, ti saluto,

ti porterò sempre con me, mia cara Porta Romana.

Fernando

Oggi sono Edoardo Fiorentino, Francesca Fraccaro e Barbara Marinello a raccontarci una storia…

Questa storia comincia con Morgan Viewskin, un personaggio senza età, dall’aspetto strava­gante e surreale. Una parte del suo nome, organ, fa riferimento agli organi, in particolare quelli percettivi della vista e del tatto o pelle (l’orga­no più grande che abbiamo) che ci permettono rispettivamente di vedere, scrutare, osservare, captare, toccare, percepire, premere, sfiorare, maneggiare. Questi due organi percettivi li ri­troviamo nel suo cognome, Viewskin dove view sta per vista e skin sta per pelle, e sono gli or­gani che fanno da filo conduttore per il nostro concept progettuale che si basa sulla ricucitu­ra a livello zero della pavimentazione di Porta Genova e sulla percezione sia visiva che tatti­le, data da un suolo texturizzato, con materiali e colori ben chiari e visibili, per direzionare i flussi di pedoni in Porta Genova e migliorare la sicurezza di questi ultimi.

Morgan non sta più nella pelle… O meglio, nel­la skin…. E vuole che raccontiamo la sua perso­na, la sua avventura, e come è venuto a cono­scenza di Porta Genova.

Morgan Viewskin è un personaggio senza età, ha viso liscio come quello di un neonato e delle mani rugose e segnate dal tempo e dal lavoro come quelle di un anziano falegname. Indossa sempre una maglia a righe bianche e rosse e dei pantaloncini fatti con alghe marine. I suoi capelli sono rossi come un tramonto infuocato e i suoi occhi cristallini come il mare. Morgan vive proprio al mare, ormai da 350 anni e il suo giaciglio è anche il suo migliore amico: un vecchio faro parlante bianco e rosso come la sua maglietta, fisso e immobile ormai da se­coli sull’isola delle nuvole, un’isola solitaria in mezzo al mare, coperta sempre da banchi di nuvole e nebbia, con due soli abitanti: faro e Morgan. Faro era in cemento dipinto di rosso e bianco, illuminava sempre le uscite in bar­ca di Morgan per permettergli di ritrovare la strada di casa ma un bel giorno Morgan esce al largo con la sua barca ma al ritorno perde la rotta e non riesce più a scorgere la luce del suo giaciglio-amico faro parlante. Naviga per giorni e giorni senza cibo ne acqua in mezzo al mare, in mezzo al nulla e una sera si ad­dormenta stremato e la mattina si ritrova in mezzo ad uno strano corso d’acqua molto più stretto e torbido del mare dell’isola delle nu­vole: si tratta del naviglio di Porta Genova ma Morgan ancora non lo sa. Decide di esplorare questi corsi d’acqua e arriva fino in Porta Ge­nova, lascia la sua barca e inizia ad esplorare questa strana citta: Milano, si così si chiama!! Alcune persone lo scrutano e lui fa lo stesso con loro, altre nemmeno lo notano, cammina­no velocemente per andare chissà dove, pensa Morgan, parlano, brontolano, ridono al telefo­no, urlano, guidano auto nel traffico, suonano clacson, inciampano sul pavé sconnesso, men­tre Morgan li scruta immobile e stupido, al centro del piazzale di Porta Genova. Tra tutta quella folla però, Morgan non riesce a trovare il suo caro amico faro e così, triste e sbigottito, cammina per la città lentamente e a testa bas­sa fino a quando, la sera, si ritrova di nuovo sul piazzale di Porta Genova, probabilmente aveva vagato tutt’intorno, e viene abbagliato da una luce che illumina percorsi pedonali con strisce colorate rosse e altre luminose che non c’erano durante la sua visita diurna. La gente che passa di lì ora sembra comportarsi come lui: osserva, ammira stupita e incredula que­sta nuova pavimentazione mai vista prima. Morgan stupito, capisce di aver ritrovato il suo amico faro: cemento, strisce rosse e luce par­lano di lui, vivono di lui e pensa : eccoti faro! La tua luce sembrava avermi abbandonato per un attimo ma ora eccoti qui con me in que­sta strana città popolata da persone strane che questa mattina erano cupe e tristi e ora sono felici e soddisfatte della tua opera!

Beatrice Bottini, Angela Colarusso e Marta Pontieri ci portano tra ombra e luce…;)

casetta

[ La nostra storia racconta di Obi, un senzatetto che per molti anni ha viaggiato dal sud a nord del mondo per scappare dalla guerra prima, quando era soltanto un bambino, e poi dall’emarginazione economica e sociale, trovandosi costretto ad abbandonare i suoi famigliari e tutte le persone che amava.

Sbarcando in Italia Jacopo aveva pensato di trovare l’“America”, ma una volta fuori dal mare il sogno di una vita si infranse contro la dura realtà e tutte le sue aspettative per il futuro dovettero cedere il passo, una volta ancora, alla lotta per la sopravvivenza. Un letto, un pasto caldo alla sera, niente lavoro, sfruttamento e poco prezzo e le pari opportunità una volta ancora gli venivano negate.

Jacopo oggi ha 28 anni e vive nello scalo di Porta Romana insieme ai suoi compagni di viaggio, quel viaggio iniziato, ma non ancora finito.]

Finalmente è finita questa giornata. Mancano pochi passi e sono arrivato. Oggi fa molto freddo, è umido, il gelo mi penetra fin nelle ossa sta sera, non ho mai sentito così tanto freddo; persino i miei denti sembrano pezzi di ghiaccio. Spero di superare la notte.

Chissà se Paki e Taye ci saranno anche stasera, o avranno trovato qualcosa di meglio. Ecco, intravedo il cancello. I ragazzi di Suor Maria staranno già mangiando.

Dalla finestra intravedo Joseph.

< Ciao, Joseph! Ci si vede domani, mi raccomando puntuale.>

< Ciao, Obi, non preoccuparti, sarò puntuale. >

Spero che Joseph sarà davvero puntuale domani per pulire il giardino di Elena. E’ così gentile con noi.

Com’è pesante questo cancello. Non lo aggiustano mai. Stranamente stasera c’è più luce del solito quì dentro. Forse sono troppo stanco, ed è una mia fantasia.

< Mon Dieu , c’est quoi Ça? >

Cos’è quella luce abbagliante? Sembra una forma ben definita. Spero che oggi non abbiamo iniziato i lavori, altrimenti dovrò lasciare la mia casa. Ecco perché in questi giorni c’erano i signori a fare foto e prendere misure. Ed ora dove vado? Che faccio? Dove saranno gli altri?

Dove dormirò stanotte? Che fine avrà fatto la mia coperta?

Provo ad avvicinarmi. Ma quello non è Paki?

<Pakiiiiiiiii… cos’è tutta questa luce?>

<Obiiiiii vieni a vedere, è così bello >

< Ma cosa stai dicendo? Ci vogliono mandare via?! >

< No, avvicinati, fidati di me>

Pensavo di poter stare tranquillo in questo posto. Invece ora dovrò trovarne un altro.

Infondo era diventata la mia casa. Erano diventati una famiglia. Io potevo fidarmi di loro, e loro di me. Perché non scappano? A cosa pensano?

Provo ad avvicinarmi. Mi fido di Paki.

Sembra solida come struttura, ma al tempo stesso vuota. Emana una luce calda, confortante. Sembra quasi invitarmi ad entrare dentro per scrollarmi di dosso questo freddo maledetto. Sembra che voglia avvolgermi ed abbracciarmi, consolarmi un po’ dalle pene della giornata, della vita.

Sembra Casa. Un luogo sicuro dove chiudere gli occhi, addormentarsi senza la paura costante che suscita la notte, il buio e la solitudine, soprattutto quando si dorme per strada. Questa luce calda, morbida e dolce mi riporta alla mentre mio fratello, quando giocavamo in un angolo della casa esattamente come quello. Forse non era proprio identico ma la mia memoria lo ricostruisce perfettamente così com’era anni fa, ormai solo un ricordo. Che bei momenti, mi mancano a volte, così tanto da soffocare ma non sta sera, non sta sera che questa luce mi scalda il petto.

Ma chi è tutta quella gente che sta guardando dal ponte. Sembrano curiosi. Spero non vogliano venire qui. Io ho paura. Lì vedo camminare a passo svelto. Diventano sempre più numerosi.

Non saranno mica loro a mandarci via? Cosa voglio veramenteda noi?

Stanno oltrepassando il cancello. Sono quasi vicino a me. Meglio che veda via. Ho ansia. Non voglio che altra gente venga quì a cambiare la nostra realtà. Adesso è così bello qui, cosa voglio fare?!

< Paki andiamo via, cosa fai ancora lì? Non sai cosa

vogliono farci. Scappiamo!>

<Obi, non preoccupati. Non possono farci nulla. Saranno solo curiosi di vedere la nostra nuova casa>

Lì vedo osservare la nuova struttura. La nostra nuova casa. Con aria curiosa e invadente. Cosa vogliono da noi? Cosa gli starà dicendo Paki?

Non è mai entrato nessuno qui, cosa vogliono ora? Non si sono mai interessati al posto ed a chi ci vive dentro. Paolo gli sta offrendo un bicchiere d’acqua. Cosa gli è passato per la testa?

Sono tutti impazziti.

Paki si sta avvicinando a me. Cosa vuole?

< Obi, stai tranquillo, non vogliono nulla. Sono curiosi di scoprire questo posto e di conoscerci>

< Ma com’è possibile?! Non è mai successo>

<Obi, per la prima volta, grazie a questa struttura, si sono avvicinati a noi, per aiutarci. E non vogliono trattarci male com’è sempre successo >

< Ma come possono aiutarci loro? E come questa struttura ci può aiutare?>

< Dobbiamo fidarci del prossimo. Potremmo avere nuovi amici e nuove speranze. E questa struttura è l’occasione giusta. Guardali, sono tutti li giù, illuminati da quelle forme, e con visi entusiasti e contenti>

< Non li ho mai visti così felici. Forse hai ragione. Questa struttura potrà diventare il nostro nuovo punto di ritrovo, sia per noi che per le persone del quartiere>

< Si, bravo. Dai Obi, alzati, vieni anche tu a conoscerli>

Forse è vero che non vogliono mandarci via, aveva ragione Paki. Come si può costruire una cosa così per poi scacciare chi si ferma ad ammirarla. No. Non me ne andrò, o per lo meno non sta sera. Fidarsi, provare a fidarsi è una cosa che posso provare a fare.

[…Dopo questa serata, lo scalo di Porta Romana ha preso vita con altre numerose serate luminose, piene di allegria e speranza, ma non solo. Anche durante il giorno la nuova installazione migliora l’ambiente circostante, creando ombre che possono regalare un momento di distrazione dalla realtà urbana. ]

Miranda Biondi e Luca Cremona ci raccontano E’ la mia solita strada 😉

«Non dominavano la scena né in quanto individui né in quanto folla, si poteva dire. La dominavano come si potrebbe fare con un’opera d’arte, per misteriosa che sia: nessuno riusciva a cogliere il significato di questa stanza, dato che stava mutando, si stava trasformando in tutto ciò che una stanza non è; viverla era come camminare su una scala mobile molto scivolosa. Nessuno ci riusciva, se non comportandosi come una mano che cerca di raccogliere dei vetri rotti – un atteggiamento di cui vi abbiamo già parlato. Era un modo di agire che limitava e caratterizzava quasi tutti. »

Fitzgerald Francis Scott, Tenera è la notte, Milano, Baldini Castoldi Dalai editore S.p.a, edizione 2011, p.172, traduzione di Alessio Cupardo.

 

È la mia solita strada.

È la mia solita strada. Quella che attraverso ogni giorno, lungo il solito marciapiede, verso la solita fermata del bus, quando conto i passi perché ho bisogno di ascoltare me stesso e lasciar fuori il traffico e il cielo. Resto solo. Resto solo con lo sguardo fisso sul muro alla mia sinistra fin quando non incontro quello di un passante e tutti i rumori che avevo allontanato ritornano nell’aria. Sfioro allora il muro alto, rosso, e sotto le mie dita sento i diversi materiali che cercano il loro spazio, che lottano tra loro. Penso alla sua imponenza che mi fa compagnia nella quotidiana ricerca dei miei pensieri, che scappano dalle voci della città, e mi ritrovo ad immaginare di combattervi, di spostarlo, girarlo e di desiderare di annullarlo.

E’ venerdì sera, è la mia solita strada, è il mio solito muro e le mie mani lo sfiorano ancora, familiari.

Guardo a terra come sempre, conto i passi, ma il muro mi tradisce, sfugge alle mie mani, finisce prima del tempo, prima che io abbia raggiunto il numero di passi che conosco, che ripeto ogni giorno. Si interrompe e mi costringe ad alzare lo sguardo, a trovare il coraggio di scoprire cosa c’è intorno a me, ad uscire dalla sicurezza del mio silenzio.

Il vuoto nel quale le mie mani si sono perse è l’ingresso di un mondo nuovo, che mi rapisce, che mi affascina, che mi stupisce. Non c’è nulla della mia città, nulla che possa ricondurmi a qualcosa che ho già visto, che ho già provato. Ci sono però le solite persone, visi che mi appaiono conosciuti, che hanno sempre fatto da sfondo a ciò che vivevo ma che adesso faccio fatica a riconoscere. E’ come se anche loro si fossero scrollati di dosso l’invisibilità che li contraddistingueva per conquistare un ruolo da protagonisti, per raccontare ciò che era, per godere di ciò che ora è. E adesso ognuno può rivendicare il proprio posto, può chiedere un aiuto, può riceverlo.

Ognuno può rivendicare la propria volontà, la propria appartenenza, la propria cultura e che delimitano le aree in cui si può lavorare, quelle dove si può leggere un libro, quelle dove semplicemente ci si incontra nella bellezza di questa felicità condivisa.

E ancora si può studiare e mangiare un gelato e bere un caffè e sento una palla che rimbalza contro un muro, a tratti sempre più forte e sempre più vicino, e apro gli occhi e mi sveglio.

Continuano le suggestioni progettuali, tramite racconto, con Gaia Dognini, Michela Casalinuovo, Mattia Armenio 😉

Sciarpa

La mattina era una delle solite, un freddo grigio entrava timido dalla finestra ancora appannata dall’umido della doccia. Il paesaggio esterno non ricordava nemmeno lontanamente il verde esotico delle piante nel suo paese, quei colori e quelle forme che ispiravano tranquillità e leggerezza, lo aiutavano ad affrontare le giornate nella sua terra madre. A Milano sono assai diversi i colori, le persone, la vita…le architetture imponenti sovrastano, insieme alla cultura, il verde e gli spazi vivibili…quelli a misura d’uomo, ma non un uomo represso, ma bensì l’uomo che vive di luce e colori, un uomo innamorato della vita e delle opportunità di tutti i giorni.

Questo è quello che è stato tolto alla città e poi alle persone che lui incontrava ogni giorno nel suo cammino.

Il percorso è sempre quello per raggiungere quel lavoro che gli permette di sopravvivere, schiacciato dagli obblighi di una società malata e incoerente ma che, allo stesso tempo, gli permetteva di ovviare a tutte quelle spese assurde che ogni mese influiscono e non danno scelta alcuna.

Scappato da una realtà così inquinata non si aspettava di diversi mettere a confronto con dei problemi così, in apparenza superficiali, ma nel profondo immensi.

Lo sguardo delle altre persone che incontrava sempre non si è mai incrociato al suo, ognuno avvolto della propria sciarpa invisibile camminava spedito e con lo sguardo basso, talvolta fasciato talmente, che la ricerca di un sorriso o di un semplice gesto diveniva irrealizzabile.

L’animo delle persone di quel tragitto era come quello di qualcuno che aveva perso la curiosità, l’amore per lo sconosciuto e la diffidente determinazione a tirare dritto, dritto verso quella meta nascosta e lontana dalla società.

I visi, i colori della pelle, dei capelli, la camminata e ovviamente gli indumenti, erano così diversi tra di loro. Ognuno così distante dall’altro che sottolineava la diversità di tutte queste culture frammentate all’interno di una realtà che non appartiene a nessuno, una dimensione nuova che rende chiunque, anche l’indigeno, vittima di quella strana quanto assai curiosa sensazione di trovarsi sperduti, lontani da casa.

Quella volta però tutto era diverso, qualcosa era cambiato e gli sguardi erano alti, i passi non erano pesanti e spediti con quella solita fretta nevrotica di una marcia militare. I marciapiedi non erano più piccoli e inattraversabili, i muri di recinzione di quel luogo erano stati abbattuti, la strada aveva un suono diverso, i colori erano mutati, c’era spazio per tutti, nessuno escluso con nessun pretesto.

Improvvisamente quelle teste senza viso avevano un’identità, riusciva a vedere finalmente gli occhi e i sorrisi.

C’era qualcosa nelle direzioni dei percorsi, un cambiamento così semplice ma a sua volta così di impatto.

Ognuno seguiva quel suolo diverso e si lasciava trasportare da quei cambiamenti che attraversavano quello spazio diverso dal solito, aperto…aperto a tutti! Quanto era bello vedere come le aree erano più grandi ma allo stesso tempo non allontanavano le persone, anzi…le portava, in maniera ignara, più vicine che mai, come un mondo per tutti.

Giurerebbe di aver anche visto delle piante, tante piante…

Tutto però era diverso perché era un sogno.